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  • Iacopo Casadio

Gaja – Il bianco e il nero

Aggiornamento: 30 nov 2022

“Il nero rappresenta il passato…sul nero non si può scrivere. Il bianco invece è il futuro che è sempre tutto da scrivere”

Angelo Gaja


La Famiglia Gaja vanta origini spagnole e giunge in Italia attorno XVII Secolo. L’anno di fondazione della cantina Gaja risale al 1859 con Giovanni Gaja, imprenditore straordinario e visiorario: oltre alla cantina, in una visione tipicamente bordolese e moderna, apre un’osteria a Barbaresco dove serviva il proprio vino. I primi imbottigliamenti ebbero immediato successo e furono anche forniti al Regio Esercito Italiano durante la Guerra di Abissinia (1895-1896).


A Giovanni succede il figlio Angelo che nel 1905 sposa Clotilde Rey, donna decisa ed energica, fondamentale per la storia di Gaja e fonte di ispirazione per tutti i discendenti. Giovanni, figlio di Angelo e Clotilde, fu un viticoltore illuminato. Con lui il Barbaresco divenne il vino bandiera dell’azienda: introdusse la filosofia - che l’azienda segue tutt’ora – di imbottigliare solo le annate eccelse vendendo sfuse tutte le altre. Dopo la Seconda Guerra Mondiale vennero acquisiti i vigneti di Costa Russi, Sorì Tildìn e Sorì San Lorenzo. Oggi questi Vigneti sono i diamanti della corona Gaja.


Nel 1940 nasce Angelo Gaja pronipote del fondatore. Dopo gli studi di enologia ad Alba, a soli 21 anni entra nell’azienda di famiglia rivoluzionando tanti aspetti, dalla viticultura, alla vinificazione, dall’immagine alla comunicazione.

A seguito dei suoi molti viaggi in Francia, dove si specializza all’Università di Montpellier, introduce, tra le altre cose, la potatura verde del vigneto e inizia le prime vinificazioni in Piemonte con fermentazione malolattica. Fu anche tra i primi a vinificare i singoli vigneti separatamente: Gaja Sorì San Lorenzo nel 1967, Gaja Sorì Tildin nel 1970, Gaja Costa Russi nel 1978. Angelo decide poi di assumere un enologo esterno: Guido Rivella.


“La gente si è meravigliata quando Guido è venuto a lavorare qui. Tutti erano diffidenti nei riguardi degli enologi perchè li associavano alle grandi industrie. Inoltre, era inaudito che un’azienda relativamente piccola come la nostra, assumesse qualcuno per fare il vino. Non dimenticherò mai la reazione di mia madre quando è venuta a saperlo. È rimasta veramente sconcertata: "E tu?" mi ha chiesto "tu, che farai?"."

Con Guido Rivella si inizia ad utilizzare le barriques per l’affinamento. Il primo Barbaresco in barrique d’Italia (e quindi del mondo) fu il millesimo 1978. Negli stessi anni Angelo capisce l’importanza dei tappi lunghi (oltre 6 centimetri) e le bottiglie con i colli allungati.


Rivoluzionaria fu anche la costituzione, nel 1977, della “Gaja Distribuzione” - un ramo di Azienda per l’importazione e distribuzione di fine wines e altri prodotti di eccellenza provenienti da tutto il mondo.

Si arrivò poi ad una delle scelte più forti e visionarie di Angelo: espiantare Nebbiolo in favore di un vitigno internazionale.

“Mio padre mi consigliò di piantare il Cabernet in una vigna secondaria. Ma mi dispiaceva discriminarlo. Quando cominciò a diffondersi la voce di quello che stava succedendo sul Bricco, il paese rimase sbalordito. Tutti chiacchieravano di questa storia. Un contadino mi disse persino che si vergognava per quello che stavamo facendo. Non era il solo a vederla in questo modo. Sembrava che avessi piantato marijuana o peggio. Anche mio padre ebbe difficoltà ad accettare quanto era accaduto. Passando accanto al vigneto, spesso scuoteva il capo e borbottava: "Darmagi!", che in dialetto significa: "Peccato!". Quando imbottigliai il primo Cabernet Sauvignon, quello dell’annata 1982, lo chiamai diabolicamente Darmagi.”

Paradigmatica e a dimostrazione della severità di Angelo in merito alla qualità senza compressi, è la decisione presa nel 1984 quando si rifiutò di imbottigliare il Barbaresco perché non era del livello desiderato: il vino, come stabilito, venne venduto sfuso.


Nel 1988 furono acquisiti una trentina di ettari a Barolo. Con la Vendemmia del 1996 Angelo Gaja volle declassificare i suoi vini Barbaresco e Barolo D.O.C.G., inserendoli nella classe Langhe DOC. Tale fatto rappresentava la sua volontà di poter fare piccole “correzioni” con la Barbera: “lo scopo è sempre stato quello di fare il miglior vino possibile”. Decisione poi ritirata a partire dall’annata 2013 da parte di Gaia Rossana e Giovanni, i figli di Angelo: la denominazione dei singoli vigneti Costa Russi, Sorì Tildini e Sorì San Lorenzo cambiò nuovamente da Langhe Nebbiolo DOC a Barbaresco DOP, utilizzando quindi solo Nebbiolo.




Oggi Gaja è un vero e proprio mito nel panorama vitivinicolo internazionale; il Barbaresco del 1985 fu considerato da Wine Spectator “The finest wine ever made in Italy”. Nel 1991, nella sala del New York Wine Experience, il pubblico in piedi acclama il Barbaresco di Angelo Gaja con una standing ovation. Nel 1997 riceve il Distinguished Service Award. Nel 1998 Decanter lo elesse “Man of the year” e nel 2011 Wine Spectator gli dedicò la copertina.


“Il Re del Barbaresco”, ha saputo imporsi nel panorama vinicolo mondiale anche con un vino bianco da uve chardonnay, “Gaia & Rey”.




San Lorenzo

Sorì è il nome dialettale con cui, nelle Langhe, si intendono i vigneti esposti al sole. Sorì Tildìn e Costa Russi, sono a tutti gli effetti dei lieux-dit provenienti dalla stessa collina, nel Cru Roncagliette, sito a Barbaresco. Le due vigne si differenziano per altitudine (circa 80 mt a favore del Sorì Tildin, in altezza) esposizioni e pendenze.

San Lorenzo invece è un vigneto acquistato nel 1964 dalla Parrocchia di Alba (antichissimo centro abitato oggi Comune della Provincia di Cuneo) che lo aveva denominato “San Lorenzo” in onore del Santo Patrono della Cattedrale della Cittadina stessa, il Duomo edificato con Architettura Romanica nel XV Secolo. È un vigneto esposto in modo particolare, diverso da tutti gli altri, con i filari che tagliano la collina orizzontalmente, le foglie di colore diverso dagli appezzamenti adiacenti.


La prima bottiglia di Gaja Sorì San Lorenzo è il millesimo 1967. Una bottiglia meravigliosa anche fisicamente, in vetro scuro marrone con in rilievo lo stemma di “Gaja” e sotto, sempre in rilievo, l’anno di fondazione “1859”. Sul colletto argentato la firma di “Giovanni Gaja” e sotto l’Annata: “1967”. L’etichetta riporta la grande scritta “Gaja” bianca in campo rosso e subito sotto in piccolo, nero su argento, la scritta “Gradi 13,38 – Contenuto netto: litri 0,70”. Nello spazio centrale a fondo sempre argento con foglie di vite stilizzate dal bordo rosso spicca la scritta “Sorì San Lorenzo Vendemmia 1967”.

In basso sull’altra fascia rossa in piccolo e in bianco la seguente scritta: “Vino Barbaresco a denominazione di origine controllata imbottigliato dall’Azienda vitivinicola A. Gaja fu Giovanni – 12050 Barbaresco (Cn) Italia”.


La retro etichetta in nero su campo argentato riporta la seguente scritta:

“Il Sorì San Lorenzo è ottenuto dalla vinificazione di uve prodotte da vigneti siti in Barbaresco, di proprietà dell’Azienda vinicola A. Gaja. Invecchiato in botti di rovere; se conservato in bottiglia forma deposito. Perché il Sorì San Lorenzo possa esprimere appieno le sue caratteristiche, va consumato osservando due condizioni: che la bottiglia venga sturata alcune ore prima della mescita e che sia servito a temperatura di 18-20 gradi. Se l’inosservanza della prima condizione può essere scusata, l’inosservanza della seconda è invece da biasimare in quanto priva questo vino di ogni profumo, vigore, personalità accomunandolo ad un qualsiasi vino”.

Oltre il Barbaresco Gaja possiede vigne a Montalcino (SI) “Pieve Santa Restituta” con una venticinquina di ettari acquistati nel 1994; e dal 1996 terreni a Bolgheri (LI) “Ca’ Marcanda”.

Da pochi anni si è anche aggiunta l’azienda IDDA – 20 ettari sull’Etna - joint venture della famiglia Gaja con la famiglia Graci. La produzione complessiva annua di “Gaja” si aggira intorno alle 450.000 bottiglie.



Credit: Iacopo Casadio - Never Wine Alone


Copyright © 2021/2022



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